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La storia di un elefante forte

“Una mattina ho sparato a un elefante in pigiama. Come ha avuto il mio pigiama non lo saprò mai” dice Groucho Marx.

Ogni male causato agli altri, non fa altro che alimentare il male che abbiamo dentro di noi.
Provo dolore per la notizia sull’elefante. E per tutte quelle fragili vite spezzate da chi cerca i responsabili dei propri dolori, fuori di sè.
Ci sono persone che fanno male e lo sanno, altre che non si preoccupano affatto del proprio comportamento.

Essere forti non significa averla vinta con i più deboli, essere forti non è esercitare il potere con l’inganno, essere forti non è rendere gli altri delle pedine per gestire il proprio male.
Essere forti è accettare di essere dei soggetti sofferenti, imperfetti, volubili e prendersi la responsabilità dei propri errori, delle proprie mancanze e avere la lucidità di restare in piedi malgrado la sofferenza. Ció che ha fatto un animale e spesso noi, esseri dotati di intelligenza e raziocinio, non riusciamo a fare.

Spesso e volentieri invece posiamo le bombe dentro la pancia di chicchessia: dei passanti, degli amici, dei nostri collaboratori e capi incuranti di quello che abbiamo generato nell’altro.
E magari poi chiediamo che ci offrano il meglio nel lavoro e nella vita.
Molte realtà lavorative sono organizzate secondo questo modello. E anche se la vita dimostra che è assolutamente improduttivo si continua su questa linea anche con il lavoro a distanza.

Credo che l’atto criminale compiuto verso questo elefante, volendolo guardare attentamente, possa aiutarci a fare ciascuno per sè un’analisi su quanto quello che accade possa essere cambiato se si accetta di far un passo indietro e capire noi stessi, l’altro, capire perché l’altro ci fa paura e perché lo maltrattiamo fino a volerlo distruggere.

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Emanuela Salice

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