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Benvenuta scuola? Parte seconda

Immaginate di essere arbitro, allenatore, giocatore, o spettatore di una singolare partita di calcio. Il campo ha forma circolare: le porte sono più di due e sono sparse disordinatamente lungo i bordi del campo; i partecipanti possono entrare e uscire dal campo a piacere: possono dire ” ho fatto goal” quanto vogliono, in ogni momento e per quante volte vogliono, tutta la partita si svolge su un terreno inclinato e viene giocata come se avesse senso. Ora se sostituiamo nell’esempio l’arbitro con il preside, gli allenatori con gli insegnanti, i giocatori con gli studenti, gli spettatori con i genitori e il calcio con l’attività scolastica, si ottiene una descrizione altrettanto singolare delle organizzazioni scolastiche.

Il fascino di questa descrizione di Weik, sociologo americano, sta nel fatto che coglie all’interno delle organizzazioni didattiche, le scuole, un nucleo di realtà diversa dalle organizzazioni classiche della teoria burocratica.

Infatti le organizzazioni scolastiche hanno una struttura a maglia larga, in cui è sempre molto difficile capire come orientarsi. Questo può essere un vantaggio perché permette a chiunque ci lavori di avere una certa elasticità nello svolgimento del proprio lavoro, nel contempo finisce per essere possibile tutto e il contrario di tutto.Chi più rimane imbrigliato in questa organizzazione “tanto e poco libera’‘ o anche diversamente organizzata, sono gli alunni ma non sono loro.

L’articolo precedente poneva due importanti quesiti: “gli insegnanti sono messi nelle condizioni di rendere la scuola il luogo in cui ogni bambino può formarsi o riscattarsi da esperienze passate non positive, da ambienti familiari difficili ed essere al contempo soddisfatti?” E anche “Perché gli insegnanti in alcuni casi utilizzano un sistema educativo rigido, si ritrovano ad agire come non vorrebbero? “.

Perché le prime vittime di un sistema organizzativo a maglie larghe sono anche gli insegnanti, spesso affaticati per condurre la vita del formatore, educatore, burocrate e amministrativo. Il livello di stress che si accumula ricoprendo più ruoli si ripercuote sull’operato in classe.

Non è semplice accorgersi di essere entrati nella morsa dello stress. A volte si hanno dei sintomi fisici, mal di testa, gastrite, stanchezza, malumore. E qui, salvo altri problemi fuori dalla sfera lavorativa, l’origine dello stress risulta abbastanza individuabile.

Un altro segnale, meno evidente, è la severità e repressività nei confronti di quello che accade in classe. Quando come insegnanti si diventa repressivi vuol dire che si hanno delle difficoltà. Quando di fronte a dei comportamenti problematici tendiamo a irrigidirci, sottostare al malessere è perché non stiamo adottando delle strategie per gestire la difficoltà e affrontarla.

Si innesca un circolo vizioso e per paura di non riuscire a gestire la classe, diamo regole inflessibili, per contro come spesso accade a coloro che si sentono repressi, gli alunni finiscono per reagire diventando oppositivi, ma è proprio da questo ci si deve salvaguardare. L’insegnamento deve essere sempre accompagnato da una capacità del docente di riflettere sul proprio operato. Per cui se ci si rende conto che si sta reprimendo troppo e spesso, è necessario fermarsi e capirne la ragione.

Interrompere questi cicli negativi diventa molto importante in termini di relazioni interpersonali: quando diventiamo rigidi smettiamo di prenderci cura dell’altro e in questo caso dei nostri studenti. La paura che la situazione sfugga di mano non consente di agire in modo adeguato, e si trascurano l’attenzione e la premura che invece dovrebbero essere proprie di qualunque contesto educativo. Vivere in una continua situazione di stress, mette a rischio oltre il benessere personale anche quello della classe.

Alcune ricerche condotte sul tema, parlano del dovere etico dell’insegnante di curare il proprio benessere, perchè è attraverso la personalità che vengono trasmessi i contenuti, le conoscenze, e la condotta, senza trascurare che buona parte dell’apprendimento si realizza per imitazione.

Quindi cari insegnanti, anche se la scuola vi chiama a compiere i vostri obblighi ricordate che costi quel che costi, avete il dovere etico, oltre che il diritto di riposare, e arricchire la vostra vita con delle attività extrascolastiche che vi permettano di sentirvi gratificati e spendere l’energia recuperata per essere energici e forti a scuola.

Emanuela Salice

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